IL PENSATOIO

mostra fotografica di Dominique Smersu

Genesi della mostra


Non ricordo di essere mai rimasta sola nella galleria Marconi con Franco, il gallerista. Un vai e vieni continuo, nemmeno il tempo di togliere i bicchieri vuoti, gente che entrava, il tempo di qualche scambio di pensieri, e si lasciava il posto ai prossimi. Franco, sempre sull’attento, la diversità d’ogni apporto, ogni input preso in considerazione, sembrava anche avere sempre un consiglio giusto, l’informazione utile da dare, le scorciatoie da seguire...

Era in quel contesto, in quel posto ‘straordinario”, fuori dei comune, che si era accesa la scintilla di voler realizzare un lavoro nel suo spazio: l’idea è quella di usare la mia presenza, cioè quella della straniera, che è sempre di passaggio, come uno specchio...

Continuare a visitare la galleria, ma munita di una macchina fotografica, ritrarre quegli ospiti, quelli familiari e quelli occasionali, senza però svelare il proposito di quest’azione;

ovviamente Franco, il padrone di casa, è complice, e inoltre sarà anche lui “riprodotto” in questo strano spazio accogliente.., come.., in un pensatoio...!

Il risultato del lavoro: proporre a questo microcosmo d’arte la possibilità di ri-scoprirsi proprio su quei muri, così familiari, come se per un periodo (il tempo della mostra) i muri avessero la strana facoltà di rispecchiare le immagini del proprio ambiente... oppure, come se le “riproduzioni” fossero delle loro tracce lasciate sul posto...

Dal video alla fotografia?

Già nei racconti della mia prima infanzia, le scene di viaggi sono onnipresenti, le valigie sempre a portata di mano... Petrarca si definiva: “peregrinus ubique”, è consolante scoprire che le figure erranti sono sempre esistite.

Poi, nel lavoro dell’audiovisivo, non si “gira” mai senza dover compiere un viaggio, un tragitto che ti porta in un determinato sito, in una determinata situazione... Il viaggio, nel mio percorso, sembra rimanere questo parametro costante: anni passati senza una fissa dimora, alla ricerca d’immagini, d’incontri... In uno dei miei ultimi video girato a Marsiglia, la telecamera mi portava nei quartieri più disastrati del centro città, dove vivevano le famiglie senegalesi: un ritratto della loro comunità e dei loro spostamenti in quelle strade fatiscenti.

In postproduzione, non riuscivo a trattenermi dal riprodurre quei quartieri come se fossero in un divenire, una città inghiottita dalle proprie mura, come se una metastasi della pietra la seppellisse lentamente (tecnicamente, usando delle sovrapposizioni molto spinte di pietre, rocce, muri con le immagini dei vari personaggi e situazioni). *

La pietra in quel video è quasi la protagonista, l’elemento di/in rilievo.., oggi il lavoro mi ha portato ancora oltre.., come se dovessi rovesciare, capovolgere, invertire.., la pietra non è più immagine su un supporto elettronico, (ore e ore di riprese di sassi, di muri, di pietre...) ma diventa supporto, per fissare tempi di luce, frammenti di memoria ... (adesso sono kili e kili di pietre!)

Dal video alla fotografia? Piuttosto, mi fa pensare ad un prolungamento, una fuoruscita, un traboccare.., con l’ovvia conseguenza di una materializzazione, di un arresto d’immagine, in cerca di tempi che il mezzo video non am&.. e poi, a volte, bisogna saper allontanarsi per darsi la possibilità di voler tornare...

* Stranamente, alcuni mesi dopo le riprese, il Comune decide di risanare.., e quindi le immagini del video oggi non corrispondono più alla realtà: strade irriconoscibili, palazzi ristrutturati... e, le famiglie povere dislocate nelle periferie.