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n. 188 gennaio-febbraio SEGNO
WHITE PROJECT Galleria Marconi, Cupramarittima Si conclude nel mese di gennaio la prima tranche di mostre che compongono White Project, ciclo espositivo, ideato e curato da Mauro Bianchini. Un progetto espositivo dalle prospettive molto ampie, che nell'arco di sei mesi, attraverso una serie di mostre collettive e personali, mira ad indagare la situazione dell' arte contemporanea. Gli artisti impegnati sono sicuramente eterogenei da un punto di vista stilistico, ma allo stesso tempo sono elementi significativi di un presente artistico in cui il confronto dialettico diventa la testimonianza del linguaggio e della suggestione dell'arte. La pittura, nel senso più puro del termine, diventa la protagonista del primo appuntamento del ciclo; tre identità artistiche differenti mettono, infatti, a confronto la loro sensibilità nella reinterpretazione di un linguaggio antico che si carica di suggestioni moderne. Marco Memeo è poeta del paesaggio urbano, ma allo stesso tempo ne è un osservatore critico, impietoso. I suoi dipinti rappresentano la periferia della grande città, la resa è iperrealista, la pittura sottile, perfetta, il taglio è fotografico. Le tele di Memeo sono dei taccuini su cui vengono appuntate delle situazioni visive in cui gli unici protagonisti sono i palazzi (moduli abitativi), i cantieri aperti, i grattacieli e le gru che si alzano al cielo. Mancano gli uomini, che diventano assenze testimoniate esclusivamente (a volte distruttivo) dall'intervento operato sul paesaggio. Il gioco delle assenze domina anche le opere di Giuseppe Restano, in cui la pittura, pur essendo descrittiva, si fa intima, personale. Restano non osserva, ma più profondamente analizza e percepisce; la sua attenzione si focalizza sulle linee, che intersecandosi costruiscono, dando vita ad una forma, ad una figura. La visione è distorta, sfocata, è resa viva da innumerevoli passaggi di colore che la definiscono e la rendono unica. L'occhio, e la mano del pittore colgono, mettendoli in risalto, tutti gli elementi che si celano dietro ad una forma, dando una visione che va oltre all'immediato realismo della rappresentazione. Le opere di Paolo Consorti esulano da un realismo in senso stretto sconfinando, invece, in quella che è una dimensione più mistica. In Consorti il senso di pittura si allarga, diventa un elemento ciclico ed inscindibile dall'opera, ma allo stesso tempo viene integrato dalle nuove tecnologie: dalla fotografia digitale. Le opere sono dei tableau vivant, in cui la pittura interviene nella costruzione di mini-set su cui si muovono i personaggi e ritorna nel ritocco del quadro finito. Cosorti reinterpreta dei miti antichi attraverso cui si mette in risalto le contraddizioni dell'epoca moderna. Il tutto è rappresentazione di immagini mentali, il tutto è estraneo ad un contesto reale, e per questo nella sua lucentezza, nella perfezione e nelle sue luci così sensuali, acquista un sapore decisamente feticista. Il secondo appuntamento di White Project vede come protagonista Henry Walsh, giovanissino artista britannico. La pittura di Walsh è caratterizzata dall' estemporaneità, e probabilmente l'unica maniera per capire a fondo la sua poetica è quella di vederlo lavorare dal vivo. Fogli di grandi dimensioni diventano il supporto per figure scarne, appena abbozzate con il pennarello su sfondi acrilici quasi monocromi, caratterizzati da colori forti, acidi. L'assoluto protagonista di tutto è il pittore che diventa allo stesso tempo soggetto ed oggetto della rappresentazione. Gli autoritratti di Walsh sono il prodotto di una visione allo specchio in cui non esiste una volontà iperrealista, ma al contrario si cerca soltanto un' analisi, o meglio un' autoanalisi attraverso la figura. Le linee che prendono letteralmente possesso del foglio definiscono figure quasi scheletriche in cui di volta in volta si definisce un piccolo particolare: una mano, il viso, il tronco. La pittura è in questo senso un vero e proprio atto conoscitivo, che si realizza nell'autoritratto perché solo nella rappresentazione di se stesso c'è un piena coscienza (e conoscenza) del soggetto. Questi dipinti sono appunti, sono momentanee esperienze di vita, per questo sono prive di titolo e vengono definite con un numero romano. Nicola Bolla conclude questa prima tranche di White Project, spostando l'attenzione sul senso più squisitamente ludico dell'arte. La poetica di Bolla mette coscientemente da parte il senso puramente interpretativo di un arte cervellotica ritrovando il gusto della rappresentazione quasi fine a se stessa, attraverso oggetti assurdi ma allo stesso tempo straordinariamente reali. Le opere sono quindi la dimostrazione tangibile di una personalissima interpretazione dell'arte che nasce dal desiderio forte di possedere oggetti impossibili, che porta alla loro costruzione. Migliaia di carte da gioco francesi, sagomate in forma ovoidale, diventano le piume di enormi, splendidi struzzi. Nulla è lasciato al caso, i semi, il valore delle carte, tutto è accostato a seconda del colore e della pienezza della texture in modo da dare una straordinaria modulazione cromatica. Il risultato è formalente ineccepibile. E il senso del ludico, che in questo caso entra fin dentro la materia, ad essere alla base di un gioco che nella sua semplicità mette in discussione il senso stesso dell'arte. Stefano Verri <-- indietro |