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n. 191 luglio-agosto SEGNO
WHITE PROJECT Galleria Marconi, Cupramarittima Si conclude in questo periodo la seconda tranche di mostre del ciclo White Project. La serie, curata da Mauro Bianchini sta impegnando dall'inverno scorso la Galleria Marconi di Cupramarittima con lo scopo di indagare il presente artistico attraverso presenze significative del panorama internazionale. E proprio uno straniero ad inaugurare questa seconda parte con una poetica particolarissima che mira ad indagare attraverso le proprie opere elementi diversi di due culture. Zhang QiKai è un giovane artista cinese che ormai da qualche anno vive e lavora a Milano. Le sue opere prediligono un linguaggio fortemente invasivo nei confronti del pubblico; sono prevalentemente delle installazioni che per la loro tridimensionalità si inseriscono appieno nella realtà tangibile diventando parte integrante di un istante di vita dello spettatore. Le opere presentate alla Galleria Marconi rivolgono la loro attenzione alla percezione e soprattutto all'esperienza del tempo. Mezzogiorno Mezzanotte e Giardino Zen affrontano entrambe il tema dello scorrere del tempo che da assoluto ed inesorabile nella prima, si fa rarefatto e quasi impercettibile nella seconda. Mezzogiorno Mezzanotte rappresenta un orologio imprigionato in un box di metallo che riflette il proprio tempo in uno specchio. L'apparente semplicità e normalità dell' opera lasciano presto spazio alla meraviglia. Osservando si palesa, infatti, il gioco dei paradossi: il tempo scorre al contrario. L'orologio si comporta in maniera atipica e da oggetto familiare e conosciuto, logorato dall'abitudine, diventa nuovo ma allo stesso tempo terribilmente distante. I minuti si raccolgono invece di dipanarsi togliendo al tempo la sua caratteristica assoluta di consequenzialità. Un semplice gioco di specchi mette in discussione la nostra abitudine alla percezione. In Giardino Zen l'analisi si allarga nella misura in cui si dilatano i tempi del ritmo narrativo dell'opera. Una distesa di sabbia con un ramoscello di fiori secchi e due cervi volanti in lotta su di un teschio diventano la metafora dell'esistenza umana. Un racconto in cui il tempo si dilata sino a fermarsi. Quest'o- pera è una finestra su un futuro prossimo in cui il teschio è tutto ciò che rimane di una umanità votata alla guerra e all'autodistruzione, e dove i cervi volanti continuano una lotta iniziata (e ormai conclu- sa) dagli uomini. Karin Andersen, protagonista del secondo appuntamento rivolge la sua attenzione a tematiche fortemente sociali quali la tolleranza dell'alterità e la comunicazione. La giovane artista tedesca ormai bolognese di adozione conosciuta nel panorama nazionale ed internazionale per gli splendidi lavori di contaminazione tra pittura e fotografia, che ormai da qualche anno si fanno notare in importanti esposizioni, presenta per la sua personale all'interno del White Project un lavoro leggermente diverso. Una poetica speri- mentale che unisce all'ibridazione digitale di forme animali e forme umane un ritmo narrativo volto ad una maggiore completezza della comunicazione visiva. Lo sbarco di un aliena in uno stagno esce dalla logica della singolarità dell'opera per diventare un racconto per immagini. L'aliena con le sue orecchie a punta a punta, con le sue caratteristiche umane da una parte ed esterne alla normalità dall'altra ha la funzione di farci riflettere sulla nostra società contemporanea, ma soprattutto diventa simbolo del disagio esistenziale di chi tro- va troppo stretti i confini di un universo antropocentrico. In questo senso la creazione di una dimensioneonirica dà la possibilità all'artista di sciogliere le catene che la legano al caos della quotidianità. E interessante notare come la presenza di elementi provenienti dalla tradizione della fantascienza anni sessanta e settanta risultino oggi delle soluzioni ingenue, ma se ci pensiamo bene geniali. Gli effetti speciali sono, infatti, ottenuti esclusivamente con materiali di recupero. La tema tica sociale ritorna anche nei lavori di Mara Aghem. Queste tre tele di grande formato sono il risultato di un viaggio a Las Vegas in cui la città del vizio diventa ispirazione per trattare con forza, mantenendo allo stesso tempo una sagace ironia un tema tanto antico quanto attuale: la mercificazione del sesso. A mettersi in mostra non sono più giovani donne che hanno scelto il mestiere come mezzo di sussistenza, ma sono tre personaggi di Walt Disney che perdono la loro innocenza diventando oggetto di desiderio sessuale. La giovane artista torinese attraverso un linguaggio di forte impatto fatto di colori acidi e di un segno incisivo accosta le candide protagoniste di tre famose favole trasfonnandole in altrettante prostitute. Biancaneve è la fornosa e procace che giace su un letto, vicino allo spècchio e ad una mela, con un sette tatuato in bella vista. Alice è l'adolescente nuda che spunta da un letto di carte. La Fata Turchina con in mano un pinocchio diventa la punk con i piercing e le stelle tatuate lungo il corpo. L'accostamento è forte soprattutto perché la rappresentazione riprende perfettamente il cliché pubblicitario del volantino, dove si espone un prodotto ed il relativo prezzo. L'appuntamento che chiude il White Project vede come protagoniste tre donne che attraverso l'arte rileggono la loro funzione nel mondo. Sabrina Muzi presenta mending un lavoro composto da alcuni lambda print e di un. video che la ritraggono intenta a rammendare delle arance. L'elemento vegetale, squarciato e ferito diventa simbolo di una natura offesa, di un ecosistema messo in pericolo da un umanità indifferente. L'atto è provocatorio e consolatore allo stesso tempo: è denuncia e soluzione. Le ferite vengono ricucite dall'artista che si trasfonna in una sorta di demiurgo del piccolo universo rappresentato dall' opera. I colori sono forti, tragici, il rosso segna le lacerazioni nelle arance come il sangue sgorga dalle ferite degli uomini, il filo nero che ricuce gli squarci segna ed evidenzia il taglio. Il mondo contemporaneo con la sua frenesia e la sua velocità diventa l'elemento preponderante nel lavoro di Lola Marzuela. L'analisi si rivolge al senso dell'attesa, ma soprattutto ad un cambio di stato veloce, repentino, sia fisico che psicologico. Ecco che l'attenzione si rivolge a tutto ciò che si inserisce nel paesaggio diventandone parte integrante, ma solo per un attimo, per una frazione di esistenza. Un insetto che si posa, e sta per riprendere il volo, il fuoco, un'impalcatura, la termografia di una cane o il passaggio di un pipistrello diventano quindi elementi presenti in un hic et nunc, dettato dalla casualità dello scorrere del mondo e del tempo. La frenesia dell' esistenza umana in un mondo malato di consumismo diventa il filo conduttore anche nel lavoro di Marina Bolmini. La giovane artista abruzzese si esprime infatti attingendo a piene mani dalle immagini proprie del suo background culturale: i videogame. Gli stili sono quindi l'elemento comunicativo privilegiato uscendo dallo schermo e diventando opera d'arte. Il passaggio non è diretto, al contrario, pur rimanendo inalterato nella sostanza viene mediato sia intellettualmente che manualmente nella forma. Le immagini escono dallo schermo, i pixel si trasformano in punti di colore cuciti a mezzo punto sulla tela con ago e filo oppure si trasformano in immagini tridimensionali diventando statuette di maiolica. Rimangono i personaggi, le situazioni, gli elementi fondanti della comunicazione. Stefano Verri <-- indietro |