presenta
Daniele Duranti
in
SOSTANZA LABILE
Gloria Gradassi:
La tua pittura, sempre più essenziale e concentrata, ha abbandonato nell’ultimo periodo ogni pretesa narrativa. E’ un percorso che approda ad un’immagine dove si annulla il fattore tempo, o meglio dove la temporalità diviene una sovrapposizione di visioni simultanee, immagini della memoria, proiezioni mentali. Appare ovvio il riferimento storico al Futurismo italiano, un’avanguardia che ha saputo filtrare e comporre esiti post-romantici e l’ansia di sentirsi parte di un mondo nuovo, moderno appunto. Questo riferimento al Futurismo, porta a guardare il tuo lavoro da una prospettiva che è certamente parziale, ma mi sembra una buona introduzione, direi un riferimento non secondario, più che per ragioni di poetica, per quell’intreccio concettuale che è il rapporto tra fotografia e pittura, nel tuo caso più propriamente tra immagine filmica, dunque scorrimento e immagine dipinta. Qual è il tuo percorso, il tuo background ...
Daniele Duranti:
Le traiettorie che mi hanno portato a concepire questo genere di pittura sono varie. Da un lato c’è la grande passione per la pittura di tipo “tradizionale” (la tecnica che utilizzo è l’olio su tela o su tavola), dall’altro la consapevolezza di dover fare i conti con i nuovi linguaggi che la società attuale ci propone. Il riferimento al Futurismo è certamente da menzionare, ma occupa una parte marginale nella gestazione delle mie opere. In realtà il mio lavoro invita ad una riflessione sul presente mettendo in relazione due tipi di linguaggio, quello televisivo e quello pittorico. Ho scelto in questo senso di rappresentare immagini televisive per sottolineare l’importanza che questo mezzo ha assunto nella vita e nelle capacità decisionali degli individui. Le mie opere rappresentano frammenti di sequenze catturate dal piccolo schermo e concretizzano qualcosa che altrimenti si dissolverebbe nel tubo catodico. Il mio tentativo è quello di svelarne il carattere effimero, inconsistente attraverso il contrasto con la materia pittorica. Il titolo della mostra “Sostanza Labile” è significativo da questo punto di vista. Per quanto riguarda la scelta dei soggetti ci sono dei chiari riferimenti al mondo visionario di David Cronenberg, ma anche al concetto del viaggio tema caro a molti scrittori, Jack Kerouac su tutti.
GG:
Nei trittici rappresenti diversi momenti di una stessa sequenza. Sono immagini di macchine in corsa, scomposizioni visuali di un racconto che si appropria di un tempo cinematografico, un po’ alla Tarantino per intenderci. In che modo il cinema interviene nell’elaborazione delle tue immagini?
DD:
Il cinema (e ancora di più la televisione) rappresenta per me una fonte inesauribile di spunti su cui lavorare. Senza dubbio il taglio dell’immagine e la scelta dei soggetti derivano da questo “mondo”a mio avviso estremamente affascinante. I trittici esposti in sequenza verticale, sono un chiaro riferimento alla pellicola cinematografica e allo scorrimento sequenziale dell’immagine. La questione del tempo merita un discorso a parte. In realtà il mio lavoro non si vuole appropriare di un tempo cinematografico, tutt’altro. Le immagini che rappresento non indicano un prima e un dopo, non ci danno riferimenti temporali (come avviene nel cinema), sono piuttosto dei frammenti, dei passaggi. La temporalità cinematografica perde i suoi connotati nel momento in cui l’immagine diviene pittura da osservare.
GG:
L’ossessione ricorrente nel tuo lavoro è quella di rappresentare automobili in corsa e incidenti stradali. Di questi non ti interessa l’aspetto truculento, anzi le tue immagini appaiono più che un fattore di shock, come molta arte contemporanea, dense di una carica affettiva nei confronti dell’oggetto rappresentato. La tua visione del “car crash”, è distante da quella warholiana, concettuale, che attesta come intercambiabile l’oggetto dell’informazione (dunque tragica per la consapevolezza lucida dell’indifferenza di fronte alla morte e al disastro), sembra piuttosto essere la testimonianza del fascino inconscio, riferito nella cultura contemporanea ad una sessualità latente, che gli incidenti stradali esercitano sulle persone, e di cui restituisci anche una valenza estetica ...
DD:
Hai perfettamente ragione. L’aspetto morboso e violento che appare chiaro ad esempio in “Crash”, è del tutto assente nelle mie opere. Il rappresentare/presentare delle automobili in corsa (e più raramente incidentate) deriva dalla consapevolezza che viviamo in un periodo storico in cui il rapporto uomo-macchina (intesa nel senso più ampio del termine) si fa sempre più simbiotico. L’aspetto che mi ha colpito delle opere di Cronenberg – riscontrabile oltre che in “Crash”, anche in altri film come “Videodrome” o “eXistenZ” – è l’abbattimento del confine umano/non umano. La ricerca di un ibrido difficile da decifrare è lo specchio di un tempo in cui l’uomo sperimenta su di sé innesti inorganici per necessità o per puro piacere estetico. Le macchine si comportano da organismi viventi e l’uomo in un mondo dove i confini si sono abbassati trova nuovi spunti su cui riflettere. L’assenza della figura umana nelle mie opere vuole rendere questo avvicinamento di corpi, proponendo l’oggetto inorganico (la macchina) come un organismo dalle intense qualità estetiche ed affettive.
GG:
Alla fine degli anni Settanta lo scrittore James Ballard ideò una mostra nella quale erano esposte macchine accartocciate dopo un incidente. La mostra era intitolata “New Sculpture”….Della mostra Ballard affermò che si trattava di una “dimostrazione teorica di una scena di La mostra delle atrocità, un suo romanzo, e che tale esperimento, centrato sull’osservazione della reazione delle persone, gli sarebbe servito per decidere se scrivere Crash….. Che valore ha per te tutto questo?
DD:
James Ballard decontestualizza l’oggetto, lo rende autonomo e carico di un nuovo significato presentandolo nudo e crudo allo spettatore. Il tragitto che porta al concepimento delle mie opere, segue una strada che possiamo definire “parallela” a quella adottata da Ballard. Le immagini che decido di estrapolare dal flusso televisivo hanno un carattere immateriale, sono inafferrabili per il fruitore, non hanno spessore. Nel momento in cui vengono dipinte avviene un cambiamento radicale. L’immagine sganciata dal suo contesto originale si fa materia, colore, pittura da osservare ed acquista una forza espressiva del tutto autonoma. Il ruolo che assume lo spettatore in questo percorso è fondamentale anche dal mio punto di vista, perché si trova ad essere il testimone diretto di uno svelamento che prende corpo per contrasto. Più l’opera dipinta è simile a quella televisiva, più si presenta in maniera chiara ed inconfutabile l’ambiguità e la manipolabilità di un’immagine priva di consistenza (perché composta da pixel).
GG:
Cito ancora Ballard “ …si è sempre più alienati da ogni tipo di risposta diretta all’esperienza. L’incidente stradale è forse l’unico atto di violenza in cui la maggior parte di noi, nell’Europa Occidentale, ha la possibilità di essere coinvolto, l’evento forse più drammatico della nostra vita, a parte la morte ... e in molti casi le due cose coincidono”.
Credi che la violenza sia una chiave di lettura del presente?
DD:
L’ incidente automobilistico, lo scontro improvviso è un evento estremamente drammatico nella nostra vita soprattutto perché è un pericolo imprevedibile, non gestibile a priori, che fuoriesce dalla rigidità delle cose. La casualità dell’imprevisto ed il fatto che può accadere a chiunque amplifica a dismisura la sua drammaticità. Detto questo, non credo che la violenza sia una chiave di lettura del presente. Penso piuttosto che sia utile riuscire a percepire in modo corretto i messaggi che ci portano a credere che questo sia l’unico modo per leggere il nostro tempo. Il punto su cui bisogna riflettere, meno visibile e cruento dell’atto violento ma altrettanto invasivo, riguarda quindi la percezione della violenza da parte del cittadino. Un ruolo fondamentale in questo processo lo occupano i mezzi di informazione. Il mio lavoro vuole dare, attraverso una riflessione sul mezzo televisivo, una risposta all’alienazione di cui parla Ballard, proponendo una chiave di lettura autonoma e più “diretta all’esperienza.
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